• Gli allevamenti attraverso i risultati provvisori del censimento agricolo 2010

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    Mucca e vitello pixabay

    Recentemente sono stati diffusi dall’Istat i risultati provvisori del 6° Censimento agricolo, riferiti all’universo delle aziende agricole attive nel nostro Paese alla data del 24 ottobre 2010. Al riguardo, l’Istat ha precisato che tali risultati sono posti a confronto con quelli analoghi del censimento 2000 rielaborati secondo i criteri 2010, allo scopo di renderne possibile il confronto temporale. A seguito di tale rielaborazione 2000, l’Istat ha evidenziato “un quadro strutturale del 2010 che mostra rilevanti trasformazioni, conseguenti a un processo pluriennale di concentrazione dei terreni agricoli e degli allevamenti in un numero sensibilmente più ridotto di aziende. Occorre, comunque, far presente che per rendere comparabili situazioni agricole differenti tra i Paesi membri, la Commissione UE ad ogni censimento stabilisce con apposito Regolamento un campo di osservazione con criteri uniformi con libertà, tuttavia, di integrare tale campo con criteri e secondo esigenze nazionali (Universo nazionale). Per il 2010, a differenza del passato, l’Istat ha optato di adottare un unico campo di osservazione (quello UE), con esclusione delle unità/soggetti con superfici e/o capi inferiori a prefissate soglie regionali. In pratica l’Istat ha predefinito una lista di soggetti-aziende agricole ritenute elegibili per un campo di osservazione rispondente a quello previsto dal regolamento comunitario, ma con una differenza per quanto attiene gli allevamenti in quanto sono state censite le aziende zootecniche con animali, in tutto o in parte, per la vendita. Tale ultimo criterio vale soltanto per allevamenti diversi da bovini, bufalini ed equini. Ne consegue che le consistenze di tutte le altre specie, quali suini, ovini, allevamenti avicoli, ecc.), in quanto detratte del numero dei capi non destinati al mercato, risultano non più omogenee con quelle del passato, creando così difficoltà per qualsiasi analisi retrospettiva non solo con i censimenti ed indagini passati.

     

    Ciò premesso, alla data del 24 ottobre 2010 in Italia risulterebbero attive 1.630.420 aziende agricole, di cui 209.996 con allevamenti destinati alla vendita. A parte la dimensione media aziendale cresciuta notevolmente nell’ultimo decennio, da 5,5 ettari di SAU a 7,9 ettari nel 2010 (+44,4%), a seguito secondo l’Istat quasi esclusivamente di una forte contrazione del numero di aziende agricole attive (-32,2%), a fronte di una diminuzione della SAU assai più contenuta (-2,3%), anche per gli allevamenti i dati provvisori segnalano una tendenza alla concentrazione in un numero minore di aziende. Con riferimento a questi ultimi, i bovini risultano allevati in 124 mila aziende (59,2% di quelle zootecniche e -27,7% rispetto al 2000), con 5,7 milioni di capi (-6,1%.), facendo crescere il numero medio di capi allevati per azienda a 46 unità (+ 14 unità). In controtendenza, il settore bufalino registrerebbe un incremento di aziende allevatrici (da 2.246 a 2.462 unità, pari al +9,6%) e di capi (da 182 mila a 358 mila, pari al +96,9%). Le aziende con equini sono oltre 45 mila con circa 221 mila capi allevati, registrando così un significativo incremento del patrimonio (+19,5%) a fronte di una contrazione delle aziende (-6,6%), con un numero medio di capi per azienda pari a 5 unità (+27,9%). Gli allevamenti ovini interessano 51 mila aziende, con 6,6 milioni di capi allevati, mentre quelle con caprini sono 22,5 mila, con circa 857 mila capi. Le aziende con suini sono complessivamente oltre 26 mila con 9,7 milioni di capi, mentre quelle avicole risultano essere circa 24 mila, con 195 milioni di capi in complesso.

     

    Le difficoltà (o non opportunità) di confronti a seguito del citato criterio adottato per il 2010 per gli allevamenti appaiono più evidenti dall’analisi delle stime ottenute con le indagini strutturali e congiunturali realizzate dall’Istat nell’intervallo 2000-2010. Al riguardo, le stime delle consistenze nazionali di bovini, ovini e suini (Prospetto 1) presentano situazioni differenziate del tipo:

     

    1. per i bovini, patrimonio più o meno invariato fino al 2007 (6 milioni di capi), che poi decresce a 5,7 milioni di capi (-6,6%) nel 2010. Analogo trend secondo le rilevazioni congiunturali, ma con un decremento tra il 2007 ed il 2010 più accentuato (-7,2%);
    2. per gli ovini, le indagini strutturali hanno stimato un patrimonio oscillante tra 6,5 e 7 milioni di capi, ad eccezione del 2003 con 8,2 milioni di capi. Valore quest’ultimo molto vicino a quello stimato con le indagini congiunturali;
    3. più uniformità per i suini, con consistenze più o meno costanti (tra 8,6 e 9 milioni di capi fino al 2007), che aumentano a 9,6 milioni con il Censimento 2010. Da evidenziare che secondo le indagini congiunturali i suini, pur manifestando un trend più o meno progressivo, non registrano incrementi sensibili dopo il 2007

     

    Prospetto 1 – Confronto delle consistenze nazionali Istat

    TIPO DI INDAGINI

    ANNI

    NUMERO DI CAPI

     

     

    BOVINI

    OVINI

    SUINI

    STRUTTURALI

    (campionarie per 2003, 2005 e 2007

    Censimenti per 2000 e 2010))

    2000

    6.049.252

    6.809.959

    8.643.291

     

    2003

    6.047.124

    8.166.979

    8.580.155

     

    2005

    5.930.480

    6.991.167

    8.758.179

     

    2007

    6.080.763

    6.791.929

    9.047.974

     

    2010

    5.677.953

    6.625.793

    9.648.383

    CONGIUNTURALI

    (campionarie a cadenza annuale)

    2010

    5.832.457

    7.900.016

    9.321.119

     

    2007

    6.282.834

    8.236.668

    9.272.935

     

    2005

    6.251.925

    7.954.167

    9.200.270

     

    2003

    6.504.703

    7.950.981

    9.156.724

    Fonte: Elaborazioni su dati Istat

     

    In pratica, a parità di campi di osservazione UE vigenti per la singola indagine considerata, le dinamiche delle stime delle indagini strutturali ridimensionerebbero notevolmente le flessioni dal confronto dei risultati solo dei censimenti 2000 e 2010, soprattutto per gli altri allevamenti diversi da bovini, bufalini e equini, per i quali a partire dal 2003 è stata introdotta la distinzione tra capi destinati al mercato e quelli da considerarsi di “bassa corte”. Tale novità metodologica, unitamente ad una fisiologica esclusione di unità non rispondenti ai requisiti UE ha comportato già nel 2003 un primo marcato calo di aziende zootecniche (-42,9% a livello nazionale), con picchi superiori al 65% in Lazio (-71,1%), Friuli-V.Giulia (-70,6%), Emilia-Romagna (-69,9%) e Veneto (-65,7%). Con le indagini successive per alcune Regioni, dopo decrementi iniziali, risulterebbero incrementi nel biennio 2004-2005 ed di nuovo decrementi nel biennio successivo, mentre per altre le flessioni si attenuerebbero tra una indagine e la successiva.

     

    Situazione di eterogeneità informativa anche dalla lettura dei dati desumibili dalla Banca Dati Nazionale (BDN) dell'Anagrafe zootecnica. Secondo questi ultimi (Prospetto 3) le aziende zootecniche attive in Italia alla data del 31 ottobre 2010 sarebbero 501.855, di cui, tuttavia, 84.951 attive ma senza allevamenti. Dell'universo delle aziende attive zootecniche 189.887 sono con allevamenti bovini (45,5%), 3.375 con bufalini, 95.403 con ovini, 50.197 con caprini, 123.649 con suini, 18.606 con allevamenti avicoli, 97.467 con equini e infine 14.362 aziende con allevamenti di altre specie.

     

    La discordanza tra dato censuario e analogo dato amministrativo si accentua ovviamente se l'analisi viene estesa a livello regionale e per alcune principali tipologie i allevamenti. In termini di numerosità dei vari patrimoni zootecnici le discordanze risultano più contenute, con il risultato di dimensioni medie di capi per azienda molto più contenute rispetto a quelle presentate dall’Istat per il 2010.

     

    Luglio - Agosto 2011.

     

     Foto: Pixabay

     

    Bruno Massoli 27-10-2011 Tag: ISTATAnagrafe zootecnicaallevamenti
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