• Senza ricerca e innovazione a rischio il futuro

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    Grano

    L’Italia vanta un passato di primo piano nella ricerca in campo agricolo, ma negli ultimi 20 anni si è assistito ad una inversione di tendenza e sembra non esserci più interesse nel nostro Paese allo sviluppo e all’innovazione in agricoltura, con risvolti negativi evidenti su un settore economico primario e strategico, che ora rischia di restare irreparabilmente indietro.  Un fatto incomprensibile tenuto conto che nell’agricoltura l’Italia affonda le proprie radici e le proprie tradizioni e che da quest’attività dipende un’intera filiera, quella agro-alimentare, che rappresenta un fondamentale valore, non solo economico, per il nostro Paese.

     

    Non può essere trascurato che lo sviluppo della moderna agricoltura ha permesso di allontanare dalla memoria dei più anziani quello che accadeva fino a 70-80 anni fa, quando una buona fetta della popolazione era denutrita e il problema prioritario delle persone era quello alimentare.  Un risultato reso possibile solo grazie ad una continua attività di ricerca, che ha consentito il miglioramento quantitativo e qualitativo dei prodotti della terra.  Da sempre, infatti, l’uomo si è impegnato per migliorare l’efficienza di alcune piante. Ed anche se un secolo fa l’ingegneria genetica non aveva ancora mosso i primi passi, molti scienziati e ricercatori – uno dei più famosi è stato Nazareno Strampelli nei primi decenni del 1900 – sperimentavano nuovi “ibridi” attraverso la selezione e l’incrocio di varietà diverse, per trasferire un carattere (gene) che interessava da una pianta all’altra (altezza, qualità della spiga, numero delle cariossidi, minore propensioni a fitopatologie, ecc.).  

     

    Ed è sorprendente constatare che fin dall’antichità, l’uomo già “modificava”  le piante per esaltarne alcune caratteristiche produttive ottenendo risultati analoghi a ciò che è stato possibile conseguire in tempi più recenti con le tecniche di ibridazione più evolute o, come avviene oggi, con la moderna biotecnolgia, permettendo agli agricoltori di aumentare le loro produzioni e il loro reddito e contribuendo in modo determinante ad accrescere il benessere generale, allontanando l’incubo della fame.  Questo non sarebbe stato possibile se, ad esempio per il frumento – ma lo stesso è avvenuto per tutti i cereali e per molti ortofrutticoli –  l’uomo avesse continuato a coltivare l’unica varietà selvatica reperibile in natura che consentiva un raccolto molto modesto, di circa 4 quintali per ettaro a fronte dei 60/70 quintali che si ottengono ai nostri giorni.  

     

    Ebbene, partendo da quel frumento selvatico, l’uomo è via via riuscito ad ottenere nuove varietà di cereali fondamentali, come il grano tenero o il grano duro, che non esistevano in natura permettendo così raccolti di una qualità e in una quantità, impensabili per i nostri antenati.  La stessa “manipolazione”  l’uomo l’ha fatta su moltissimi altri vegetali ad uso alimentare.  Vale la pena ricordarne anche un altro, il mais: un cereale fondamentale per l’alimentazione umana e animale. L’attuale mais deriva da una varietà originaria che cresceva nel Messico, il teosinte, molto diverso dal cereale che oggi conosciamo.  In proposito, sul numero di dicembre 2004 della rivista Nature, si dava notizia della scoperta da parte di alcuni scienziati dell’Università  di San Francisco in California, di un gene ("barren stalk 1") fondamentale nel consentire ai primissimi agricoltori, già alcuni millenni fa, di trasformare il teosinte nel mais, divenuto così  nel tempo la terza coltivazione più diffusa al mondo, dopo il riso e il frumento.  

     

    È fuori dubbio, perciò, che senza i successi dell’attività dell’uomo, portati avanti da scienziati come il già richiamato Strampelli, o come il premio Nobel Norman Borlaug, non sarebbe stato possibile ottenere i miglioramenti genetici di cui agricoltori e gli stessi consumatori hanno beneficiato ed oggi ci troveremmo a coltivare ancora l’antico frumento selvatico o il teosinte e a combattere la fame e le carestie.  Quindi il miglioramento genetico delle varietà vegetali, di cui ci nutriamo, non è  una novità assoluta introdotta dall’avvento dell’ingegneria genetica, ma veniva praticato, seppure con tecniche più “rudimentali”,  già alcuni millenni fa.  Solo in epoca più  recente – era il 1953 – la scoperta del codice genetico ha permesso, non solo di conoscere con precisione a quali geni fossero imputabili i progressi varietali ottenuti nel passato, ma anche di utilizzare questa tecnica più raffinata per conseguire ulteriori miglioramenti delle specie vegetali a noi utili. Ne sono derivati i cosiddetti prodotti OGM, arrivati sul mercato circa 20 anni fa e che sono massicciamente impiegati per la produzione, tra l’altro, di alimenti e di mangimi anche nel nostro Paese.  

     

    Ma qui, sorprendentemente, hanno inizio i problemi, e se la tecnica dell’ibridazione non è  stata oggetto di critiche, quella dell’ingegneria genetica ha invece sollevato, in Italia, un aspro dibattito sulla presunta pericolosità  dei risultati da essa conseguiti: si è parlato di “Cibi Frankenstein”, di prodotti dannosi per la salute degli uomini e degli animali, di rischi per la biodiversità, di pericoli per l’ambiente.  Si tratta, tuttavia, di un dibattito tanto aspro quanto sterile, divenuto oggetto di forti strumentalizzazioni, che disorienta l’opinione pubblica e che condanna in via pregiudiziale le biotecnologie, insinuando nei consumatori dubbi sulla loro salubrità e sui potenziali rischi per la salute, senza che alcuno studio condotto seriamente abbia, fino ad ora, confermato queste supposizioni.  Da consumatori viene da chiedersi, pertanto, se dietro questa posizione contraria non si nascondano interessi diversi dalla salute pubblica, tenuto conto che la soluzione della questione non viene affidata – come sarebbe logico aspettarsi – alla scienza che è titolata a dare risposte su questioni così tecniche, ma viene lasciata semplicemente alla politica, senza che le relative decisioni siano supportate da evidenze e certezze scientifiche e senza che siano nemmeno stati avviati studi mirati in tal senso.  

     

    Di fronte a questa pregiudiziale rinuncia all’innovazione è, quindi, legittimo domandarsi: perché su un tema così delicato in Italia si è deciso di non attivare una ricerca mirata? È solo frutto di mala-amministrazione o forse c’è la paura di avere dal mondo scientifico risposte scomode? Forse si vogliono anteporre convenienze di parte rispetto all’interesse generale? Perché si negano a produttori e consumatori quelle informazioni necessarie per consentire loro di operare scelte consapevoli?  Sono necessarie risposte urgenti, perché c’è in gioco il futuro della nostra agricoltura e di tutta la filiera agroalimentare. Non è più  giustificabile che, dopo vent’anni dalla diffusione degli OGM, nel nostro Paese si continui ad invocare ancora il “principi di precauzione”, così come non è accettabile che chi ha la responsabilità  delle scelte si limiti ad insinuare dubbi, senza sentire il dovere di verificare se i rischi paventati per i consumatori, per l’ambiente e per la nostra agricoltura siano effettivamente reali o se, al contrario così facendo, si perdano opportunità e benefici per tutti.

    Giulio Gavino Usai 07-06-2013 Tag: biotecnologiericercaindustriaogmmais
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