GIORNALE DI ECONOMIA, LEGISLAZIONE, RICERCA E NUTRIZIONE DEL SETTORE MANGIMISTICO

Produzioni zootecniche di qualità: un’analisi di filiera

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di Redazione

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Fabio Del Bravo (Ismea-Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) tenuto nel corso dell’assemblea annuale Assalzoo dello scorso 29 maggio, che restituisce una lettura del sistema delle produzioni zootecniche italiane di qualità con una particolare attenzione al ruolo delle DOP/IGP e al quadro normativo europeo che le definisce in relazione all’approvvigionamento delle materie prime per l’alimentazione del bestiame.

“La zootecnia conferma il ruolo da protagonista del sistema agroalimentare nazionale. Il valore della produzione degli allevamenti ha raggiunto i 22,7 miliardi di euro, superando un terzo del valore complessivo della produzione agricola a prezzi correnti. Negli ultimi dieci anni la crescita del settore ha sopravanzato quella dell’agricoltura nel suo insieme: +40% contro +32%. I motori principali sono stati il latte bovino (+63%) e le carni suine (+44%). I quattro comparti industriali di origine zootecnica – lattiero-caseario, salumiero, avicolo e carni bovine – generano insieme 45,5 miliardi di euro di fatturato, pari a quasi un quarto dell’intero fatturato dell’industria alimentare italiana. Sul fronte dell’export, l’Italia è primo esportatore mondiale di salumi e secondo per formaggi e latticini, con vendite all’estero dei primi a 2,4 miliardi di euro e dei secondi a 6,1 miliardi di euro (+83% in dieci anni).

Le Indicazioni Geografiche rappresentano il cuore identitario della produzione zootecnica tricolore. Il sistema conta 57 formaggi certificati (53 DOP, 3 IGP, 1 STG) e 44 prodotti a base di carne (21 DOP e 23 IGP). Nella filiera lattiero-casearia quasi la metà del latte nazionale è destinata a formaggi IG: il Grana Padano assorbe il 24% del latte vaccino prodotto in Italia e orienta il prezzo alla stalla in Padania, il Parmigiano Reggiano ne assorbe un ulteriore 16%. Nella suinicoltura, circa tre quarti dei capi avviati al macello rientrano nel circuito tutelato. I disciplinari delle DOP hanno via via definito le caratteristiche dell’allevamento nazionale.

Il Regolamento (UE) 2024/1143

Il Regolamento (UE) 2024/1143, all’articolo 47, stabilisce che per i prodotti DOP di origine animale gli alimenti per il bestiame debbano provenire integralmente dalla zona geografica delimitata. Qualora non sia possibile, la quota esterna non può superare il 50% della sostanza secca su base annuale: è il cosiddetto bilancio di massa. Per valutare i fabbisogni concreti, Ismea ha sviluppato una metodologia applicata a 18 DOP a base di carne suina (circa 5,8 milioni di suini) e ai 6 principali formaggi DOP a latte bovino – Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Gorgonzola, Asiago, Taleggio e Provolone Valpadana – che coprono il 95% della produzione DOP di questa categoria, coinvolgendo circa 567.000 vacche da latte equivalenti. Le razioni tipo elaborate con il contributo di esperti, Consorzi di tutela e associazioni di categoria tra cui Assalzoo rispettano i vincoli disciplinari: rapporto foraggi/mangimi non inferiore a 1, almeno il 75% della sostanza secca dei foraggi dall’areale DOP. L’analisi territoriale evidenzia criticità concentrata su mais e soia, le materie prime più impiegate nelle razioni, la cui produzione nazionale è calata del 15-18% con il risultato di una dipendenza crescente dalle importazioni che espone le filiere DOP a rischi di approvvigionamento difficili da gestire senza un presidio industriale adeguato.

I punti aperti per la mangimistica

Dal documento emergono tre questioni emergono che meritano un approfondimento rispetto al ruolo che la mangimistica italiana può svolgere nella governance delle filiere zootecniche di qualità.

Garantire la disponibilità di materie prime nelle aree DOP – Il nuovo quadro normativo definito dal Regolamento (UE) 2024/1143 pone una questione di approvvigionamento che non può essere risolta semplicemente con aggiustamenti contrattuali o logistici di breve periodo. Il bilancio di massa non è un problema tecnico-burocratico, ma una questione di sostenibilità produttiva dell’intero sistema IG italiano.

Il contributo che il settore mangimistico può offrire si sviluppa lungo due direttrici. In primo luogo, i produttori di mangimi possono mettere a disposizione delle istituzioni e dei Consorzi di tutela la propria competenza tecnica per definire metodologie condivise e pragmatiche di calcolo del bilancio di massa. In secondo luogo, il settore può promuovere accordi di filiera con i produttori agricoli delle aree DOP per incentivare la coltivazione di mais e soia di qualità certificata destinata specificamente alla zootecnia di prossimità.

Formulazione di razioni conformi ai disciplinari DOP – Il know-how dei produttori di mangimi è parte integrante della catena di conoscenza che sorregge le produzioni DOP italiane. Ciò può tradursi in un ruolo operativo più strutturato e continuativo.La sfida per i mangimifici non è solo tecnica ma anche economica. Sviluppare razioni personalizzate per ciascuna DOP comporta costi di ricerca, sviluppo e gestione della qualità superiori rispetto alla produzione di mangimi convenzionali. Per la creazione di linee di prodotto serve l’avvio di tavoli tecnici stabili con i singoli Consorzi di tutela e serve la valorizzazione comunicativa del contributo della mangimistica alla qualità del prodotto finale.

Partecipazione al valore – La relazione presenta un quadro di grande successo per le produzioni zootecniche IG italiane: +83% per l’export dei formaggi in dieci anni, leadership mondiale nei salumi stagionati, 45,5 miliardi di euro di fatturato nell’industria di trasformazione. La trasmissione di questo valore lungo la filiera è ancora problematica e asimmetrica. Per uscire da questa impasse, il settore deve fare un salto di qualità nel modo in cui si posiziona all’interno delle filiere DOP: rendere visibile e misurabile il contributo dell’alimentazione zootecnica alla qualità del prodotto finale. Le ipotesi operative sono numerose come la costruzione di contratti di fornitura pluriennali con gli allevatori del circuito DOP o la partecipazione attiva ai tavoli di revisione dei piani produttivi e dei meccanismi di valorizzazione delle principali DOP; il punto rimane riconoscere la qualità dell’alimentazione animale come fattore di valore nella catena del prodotto certificato.”

Last modified: 4 Settembre 2026