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Zootecnia europea, risorsa strategica da valorizzare

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L’allevamento europeo non è un problema da ridimensionare, ma una risorsa strategica economica, ambientale e alimentare fondamentale da sostenere e rafforzare. E’ quanto emerge dal documento “Strategy for the Future of Livestock Farming in Europe” di Farm Europe, il centro studi europeo specializzato in politiche agricole.

La zootecnia pilastro dell’agricoltura europea

Dal punto di vista economico il settore zootecnico rappresenta uno dei pilastri del settore agricolo europeo. Secondo i dati Eurostat nel 2023 il valore economico della carne, del latte e degli altri prodotti di origine animale ha raggiunto i 214 miliardi di euro. Questa cifra rappresenta ben il 40% di tutta la ricchezza prodotta dall’agricoltura europea; il resto del comparto è diviso tra il 51% che arriva dalle coltivazioni (come grano, frutta e verdura) e il 9% legato ad altre attività, come gli agriturismi. I dati indicano quindi che non si tratta di un settore marginale, ma di una base strutturale del sistema agroalimentare.

I prodotti di origine animale svolgono un ruolo chiave anche in termini di qualità e identità territoriale: quasi il 20% di tutti i marchi europei DOP e IGP riguarda prodotti zootecnici, con i formaggi che rappresentano il 37% di queste certificazioni e i prodotti a base di carne il 54%. Nonostante la sua importanza, il settore sta attraversando una crisi strutturale: negli ultimi quindici anni il numero di aziende agricole è diminuito del 45% e a questo si aggiunge un problema di ricambio generazionale che minaccia la continuità produttiva, specialmente nelle aree rurali e montane.

Consumi europei in linea con le raccomandazioni nutrizionali

I trend di consumo in Europa mostrano un quadro diverso da quello globale. Le proiezioni indicano che entro il 2050 il consumo pro capite di prodotti animali in Europa rimarrà stabile a circa 88 kg all’anno per persona, con una diminuzione di 0,8 kg rispetto ai livelli attuali. A livello globale la domanda dovrebbe salire raggiungendo i 69 kg pro capite all’anno, con un aumento del 23%, ovvero circa 14.7 kg in più rispetto a oggi. Questa divergenza mostra che l’Europa si trova in una fase di consumo matura, in linea con le raccomandazioni nutrizionali.

Le tendenze a lungo termine rivelano spostamenti tra i diversi tipi di carne. Tra il 1960 e il 2019 il consumo di pollame è aumentato di 13 kg pro capite raggiungendo i 16 kg, mentre il consumo di carne suina è cresciuto di 7,5 kg arrivando a 16 kg pro capite. Il consumo di pesce è salito di 7 kg, raggiungendo circa 12 kg pro capite. Il consumo di carne bovina ha registrato un calo di 0,5 kg complessivi, stabilizzandosi intorno ai 9 kg all’anno, ma con una flessione più marcata, circa il 30%, dalla fine degli anni Novanta. Il consumo di carne ovina e caprina rimane basso, intorno ai 2 kg pro capite, con una diminuzione marginale di 0,1 kg.

Dal punto di vista nutrizionale il documento evidenzia che gli alimenti di origine animale svolgono un ruolo importante nella dieta umana poiché forniscono proteine di qualità ed elementi essenziali come ferro, zinco e vitamine. Le linee guida europee raccomandano un massimo di 500 grammi di carne rossa cotta alla settimana (pari a 750 grammi a crudo), sottolineando la necessità di equilibrio anziché di eliminazione, dato che le diete prive di carne richiedono pianificazione per evitare carenze.

I prati permanenti: infrastrutture ecologiche essenziali

L’allevamento in Europa è legato al territorio, poiché il 34% della superficie agricola è costituito da prati permanenti, ecosistemi che offrono stabilità ambientale e sostengono la produzione agricola. Nonostante la loro importanza dal 1990 l’Unione Europea ha perso circa 10 milioni di ettari di superficie agricola, di cui 5 milioni erano pascoli e prati permanenti: un calo che non è solo un cambiamento del paesaggio rurale, ma che influisce sulla capacità dell’Europa di mantenere sistemi produttivi sostenibili.

I prati permanenti svolgono un ruolo ecologico: trattengono il carbonio nel suolo in modo stabile, ospitano la biodiversità, proteggono il terreno dall’erosione e regolano i cicli dell’acqua. Fanno parte dei paesaggi agricoli che definiscono molte regioni europee. La loro scomparsa rappresenta un indebolimento strutturale degli ecosistemi rurali. Dal punto di vista climatico il loro contributo è significativo: basta pensare che se le foreste tropicali sono tra i serbatoi naturali di carbonio più grandi al mondo e accumulano circa 240 tonnellate di CO2 equivalente per ettaro, anche i prati permanenti europei offrono un contributo fondamentale, poichè trattengono tra le 130 e le 160 tonnellate di carbonio per ettaro tra biomassa e suolo. Per questo motivo la perdita di pascoli diventa una fonte di emissioni, mentre la loro conservazione è una misura di mitigazione economica. Mantenere i sistemi zootecnici estensivi significa preservare uno dei serbatoi di carbonio del continente e proteggere un’infrastruttura naturale che sostiene l’azione per il clima.

La zootecnia europea tra le più efficienti al mondo

L’efficienza della zootecnia europea viene sottovalutata, ma i dati descrivono una realtà diversa. Il settore dell’Unione Europea mostra prestazioni tra le migliori a livello globale per emissioni per chilogrammo di proteina prodotta, grazie a standard ambientali, miglioramento genetico e pratiche di allevamento. Un altro fattore rafforza questa efficienza: l’88% dei mangimi utilizzati non è adatto al consumo umano. Si tratta di foraggi fibrosi, residui agricoli e sottoprodotti dell’industria alimentare, materiali che altrimenti verrebbero scartati. L’allevamento li trasforma in alimenti di valore, dimostrando il suo ruolo centrale nell’economia circolare. Questo significa che la produzione animale europea non compete con l’alimentazione umana per le risorse, ma valorizza materiali di scarto, contribuendo alla bioeconomia.

Quanto alle emissioni, l’Unione Europea si distingue per intensità di emissioni tra le più basse al mondo. Ciò è possibile grazie a rese elevate, gestione dei nutrienti, sistemi misti di coltivazione e allevamento e alla presenza di prati permanenti che compensano parte delle emissioni accumulando CO2. Ridurre la produzione europea per sostituirla con importazioni da paesi con normative meno severe aumenterebbe le emissioni globali e accrescerebbe la pressione su ecosistemi fragili come le foreste tropicali.

Rilocalizzazione delle emissioni: le emissioni non diminuiscono, si spostano

Una delle preoccupazioni ambientali è il rischio di “rilocalizzazione delle emissioni” (carbon leakage). Questo fenomeno si verifica quando un Paese riduce la propria produzione per motivi ambientali ma continua a consumare gli stessi prodotti importandoli da regioni con regole meno severe: quindi sulla carta le emissioni europee sembrano diminuire, ma in realtà vengono spostate altrove. Nella zootecnia questo meccanismo è evidente: se l’Europa riduce la produzione di carne o latte la domanda non cala, ma viene soddisfatta da regioni dove la deforestazione è diffusa e l’efficienza produttiva è minore. Sostituire la produzione europea con importazioni da Paesi con standard inferiori può aumentare le emissioni e la perdita di biodiversità. Questo rischia di produrre l’effetto opposto rispetto a quello desiderato: l’Europa appare nei dati, ma la situazione del pianeta in realtà peggiora.

Impegno concreto contro l’antimicrobico-resistenza

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha compiuto progressi nel settore sanitario, in particolare nell’uso responsabile degli antibiotici. Dal 2011 le vendite di antimicrobici veterinari sono diminuite del 53% riflettendo un cambiamento strutturale nelle pratiche di gestione degli allevamenti. Alcune categorie mostrano riduzioni stabili: l’uso di cefalosporine di terza e quarta generazione è calato del 49%, mentre le polimissine hanno registrato un calo del 91%. Questi dati dimostrano un impegno nel contrasto all’antimicrobico-resistenza, una delle sfide sanitarie globali. Questi progressi si inseriscono in un quadro normativo tra i più severi al mondo. L’Unione Europea vieta l’uso di ormoni e antibiotici come promotori della crescita e impone standard di tracciabilità e sicurezza alimentare. Tuttavia i prodotti importati non sempre rispettano le stesse regole, motivo per cui gli operatori chiedono la reciprocità degli standard, garantendo che ciò che entra nel mercato europeo soddisfi i medesimi requisiti di qualità e tutela del consumatore.

Le proposte di Farm Europe

Farm Europe presenta una visione in cui la zootecnia europea, nonostante le difficoltà strutturali, resta un settore strategico per il futuro del continente. È vista come un pilastro della sovranità alimentare, un motore delle economie rurali e un attore chiave nella transizione ecologica, purché sostenuta da politiche adeguate. Il rischio reale non è l’allevamento in sé, ma il suo declino.

Il futuro del settore dipende dalla capacità di unire innovazione, sostenibilità e competitività, preservando il legame con i territori e le tradizioni alimentari europee. Farm Europe chiede di rilanciare la produzione, valorizzare i benefici ambientali dell’allevamento e investire in tecnologia, genetica e automazione, riducendo la burocrazia e promuovendo i sistemi di qualità. Anche la bioeconomia è fondamentale, attraverso il biogas, i fertilizzanti naturali e la valorizzazione dei sottoprodotti.

Last modified: 26 Luglio 2026