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Dop economy, Zaganelli (Ismea): «Il settore si è trasformato da nicchia ad asset strategico»

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di Anna Roma

La Dop economy italiana rappresenta il sistema economico e produttivo del comparto agroalimentare e vitivinicolo a Indicazione geografica. Il comparto negli ultimi anni ha registrato numeri da capogiro, dimostrando prima la propria resilienza nei confronti delle difficoltà economiche e logistiche legate al Covid, poi di saper cavalcare la ripresa post pandemica. Mangimi&Alimenti ne ha parlato con il direttore generale Ismea, Maria Chiara Zaganelli.

1) Quali sono i punti di forza della Dop economy e quali le debolezze?

«La Dop economy ha raggiunto nel 2021 un valore alla produzione di oltre 19 miliardi di euro, pari al 21% dell’economia agroalimentare nazionale; dietro questi numeri ci sono ad oggi 846 prodotti di qualità (Dop, Igp, Stg), lavoro di un sistema che coinvolge 291 consorzi di tutela e oltre 198.000 operatori.

Disponiamo, come Ismea, di un punto di osservazione privilegiato sul sistema delle Indicazioni geografiche e analizzandone le principali variabili di mercato dalla produzione, all’export, ai consumi interni, abbiamo toccato con mano la sua evoluzione da “nicchia di specialità tipiche di qualità” ad “asset strategico” del nostro Paese.

Si tratta di un patrimonio non solo economico che ha saputo raccontare territori e tradizioni e che ha dimostrato, grazie al suo “fare filiera”, capacità di risposta anche nelle fasi sfavorevoli del ciclo economico.

Tuttavia anche sulle filiere dell’eccellenza agroalimentare italiana pesano gli aumenti dei costi dell’energia, delle materie prime, del packaging e della logistica e, non da ultimo, l’inflazione con una contrazione dei consumi, in termini di volume, a partire da quelli interni.

Il sistema delle Indicazioni geografiche deve continuare a mantenere alta la guardia nel contrasto all’italian sounding (fenomeno consistente nell’uso di parole, immagini, colori, riferimenti geografici, marchi evocativi dell’Italia per promuovere e commercializzare prodotti, ndr), ma deve fare i conti anche con nuovi elementi di incertezza, come la riforma a livello comunitario del Regolamento sulle produzioni certificate, le discussioni sull’etichettatura e sui rischi associati al famigerato Nutriscore e al proliferare di sistemi di certificazione, anche volontaria, che possono disperdere la distintività di un prodotto se non accompagnati da adeguate campagne di comunicazione».

2) Come viene accolta la Dop economy italiana sui mercati stranieri?

L’Italia mantiene il primato a livello mondiale del maggior numero di filiere certificate, con 846 prodotti rispetto agli oltre 3000 registrati nella Ue, a cui si aggiungono circa 200 registrati nei Paesi extra Ue. Sul fronte delle esportazioni le nostre Dop e Igp agroalimentari e vitivinicole registrano una crescita costante e raggiungono nel 2021 un peso di circa il 21% rispetto all’export agroalimentare complessivo. Spicca notoriamente il segmento del vino, con un valore all’export che supera i 6 miliardi di euro, mentre per le Dop Igp agroalimentari il valore all’export è raddoppiato dal 2011, passando da 2,21 miliardi di euro agli oltre 4 del 2021. Più in dettaglio l’export del cibo di qualità è distribuito al 60% nei Paesi Ue e al 40% nei Paesi extra Ue, a dimostrazione di una richiesta di italianità che il settore delle IG sa pienamente soddisfare.

3) Quali sono i prodotti più apprezzati in Europa e fuori dai confini europei?

«Il sistema è apprezzato all’estero perché è un modello produttivo che punta sulla qualità e sul legame con il territorio che ha una sua notorietà anche fuori dai confini nazionali. Tale apprezzamento, per molte categorie dell’agroalimentare certificato, ha portato a una crescita a doppia cifra. In particolare il comparto dei formaggi, primo per valore delle esportazioni con oltre 2 miliardi di euro, ha come principali destinazioni Germania, Francia e Spagna, a seguire il mercato di destinazione extra Ue (Stati Uniti, Regno Unito e Canada) che assorbe quasi il 40% del prodotto esportato. Anche per il comparto dei prodotti a base di carne, terzo per valore delle esportazioni con oltre 633 milioni di euro, il 64% dell’export è destinato al mercato Ue (Germania, Francia e Belgio), mentre i principali mercati di destinazione Extra-Ue sono Stati Uniti e Regno Unito, seguiti dalla Svizzera; infine  segna una crescita  a due cifre ( 26%) anche l’export del comparto carni fresche che, con un valore di 12 milioni di euro, è completamente rivolto al mercato Ue, in particolare alla Spagna».

4) Come si può potenziare il settore e superare le eventuali “debolezze” che la nostra Dop economy presenta attualmente?

«Rafforzando il legame tra il mondo della produzione e della ricerca, puntando sull’innovazione tecnologica per governare la transizione ecologica con successo. Il mercato è sempre più sensibile all’origine delle materie prime impiegate, alla sostenibilità dei processi produttivi ma anche alla capacità di generare esternalità positive per le comunità residenti nei territori di produzione.

Occorre quindi proseguire nel sostenere il ruolo di tutela e presidio che il sistema delle IG svolge per i territori e puntare sull’indotto che i flussi turistici possono generare. Si stima che il valore del turismo enogastronomico per l’Italia superi i 5 miliardi di euro l’anno, generando valore economico e nuove opportunità che coniugano sostenibilità, innovazione ed esperienzialità.

E ancora la Dop economy del futuro non può prescindere dai giovani e dal ruolo che le nuove generazioni possono e devono avere per lo sviluppo del settore primario italiano, sia in termini di capitale umano che di idee».