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Giacomo La Pietra (sottosegretario Masaf): “Gli agricoltori sono i custodi del territorio e del patrimonio agroalimentare e forestale italiano”

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di Miriam Cesta, Redazione

Dalle linee per riformare la Pac europea, alle azioni per colmare il deficit produttivo di materie prime, rilanciare la produzione di mais e garantire la crescita del comparto della feed economy: sono diversi i processi per rinvigorire la produzione nazionale agrozootecnica. Ne abbiamo parlato con Patrizio Giacomo La Pietra, sottosegretario al Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste.

In queste settimane si è fatto un gran parlare di agricoltura. Quali sono le linee con cui si può riformare la Pac europea e quali gli obiettivi che si prefigge l’agricoltura italiana in questo panorama?

Dopo anni di ingiuste penalizzazioni degli agricoltori da parte di masochistiche politiche agricole europee, grazie all’impegno dell’Italia e degli altri Paesi che insieme a noi hanno sempre creduto nella centralità degli agricoltori, siamo finalmente arrivati a determinare una sostanziale modifica della Pac, concepita, tra l’altro, in una fase antecedente agli scenari internazionali che si sono determinati a seguito del conflitto in Ucraina. Adattare gli obblighi da rispettare per avere accesso ai fondi UE e migliorare la remunerazione degli agricoltori e la loro posizione nella filiera alimentare: sono i due pilastri su cui si basano le nuove proposte presentate dalla Commissione europea e anticipate dalla presidente Ursula von der Layen. La strategia mantiene l’impegno di alleggerire gli oneri amministrativi per gli agricoltori dell’UE rivedendo alcune disposizioni della politica agricola comune (Pac), con l’obiettivo di apportare semplificazioni pur mantenendo una politica forte, sostenibile e competitiva per l’agricoltura e l’alimentazione dell’Ue. Tra le varie misure, Bruxelles propone nello specifico diversi interventi sui terreni. In primo luogo, gli agricoltori non saranno più tenuti all’obbligo del maggese, ovvero di lasciare una parte dei loro terreni a riposo. Potranno invece scegliere, su base volontaria, di mantenere non produttiva una parte dei loro terreni coltivabili ricevendo un sostegno finanziario attraverso un eco-programma che tutti i Paesi dovranno indicare nei piani strategici nazionali della Pac. Questo come incentivo a mantenere aree non produttive benefiche per la biodiversità senza temere perdite di reddito. Novità sono previste anche nella rotazione delle colture: gli agricoltori potranno diversificare le proprie colture a seconda delle condizioni che si trovano ad affrontare e sulla base delle indicazioni nazionali, questo darà maggiore flessibilità a chi è colpito da siccità o eventi naturali catastrofici. I governi avranno inoltre molta più flessibilità sulla copertura del suolo durante i periodi sensibili. Un occhio di riguardo è volto anche alle piccole aziende agricole di meno di 10 ettari, che dovrebbero – nel piano di Bruxelles – essere esentate dai controlli e dalle sanzioni relative al rispetto dei requisiti per accedere ai fondi Ue. Questo, secondo le previsioni Ue, ridurrà significativamente gli oneri amministrativi legati ai controlli per i piccoli agricoltori che rappresentano il 65% dei beneficiari della Pac.                  

L’Italia è un Paese strutturalmente deficitario di produzione agricola, soprattutto di materie prime. Questo tema dimostra una vulnerabilità nella filiera agroalimentare italiana e riguardo alla possibilità di un’effettiva sovranità nazionale. Quali sono le azioni principali che devono essere messe in campo per colmare questo deficit produttivo?

L’obiettivo dichiarato del governo Meloni è quello di traghettare il mondo agricolo in un sistema di valori e maggiori tutele che trova nel concetto di sovranità alimentare l’affermazione del Made in Italy agroalimentare, delle tradizioni, delle produzioni e dei nostri territori rurali, con una forte identità e un rinnovato protagonismo. È fondamentale che i produttori italiani siano attori principali del percorso che vogliamo affrontare per un pieno sviluppo del settore agricolo.
Sono gli agricoltori, infatti, i custodi del nostro territorio e dell’immenso patrimonio agroalimentare e forestale del nostro Paese. Il concetto di sovranità alimentare non è altro che il diritto di una nazione di scegliere e difendere il proprio sistema alimentare e decidere il proprio modello produttivo, in alternativa all’omologazione alimentare globale e al cibo sintetico. Il Governo è fermamente contrario al cibo ‘artificiale’, e in questo senso si sono espressi sinora moltissimi Consigli regionali e comunali quasi sempre all’unanimità. Il nostro è un modello di produzione che mette al centro i prodotti di qualità, la stagionalità, le filiere corte e la centralità dell’agricoltore e delle aree rurali in cui opera. Sono tutti fattori che garantiscono cibo sano, a un prezzo accessibile all’interno di un sistema produttivo in grado di assicurare costantemente un elevato livello di sostenibilità ambientale. La sovranità alimentare garantisce da un lato il produttore e il collegamento al rispetto alla capacità di produrre e dall’altro il consumatore finale con la garanzia di cibo disponibile per tutti e di qualità. La nostra missione è quella di rafforzare il sistema agricolo e agroalimentare nazionale anche attraverso interventi finalizzati alla tutela e alla valorizzazione del cibo italiano di qualità, alla riduzione dei costi di produzione per le imprese agricole, al sostegno delle filiere agricole, alla gestione delle crisi di mercato garantendo la sicurezza delle scorte e degli approvvigionamenti alimentari.

Il tema della ricerca in agricoltura è uno dei fronti più caldi di riforma. C’è una legge in discussione sulle Tecniche di evoluzione assistita (Tea). Quali sono le linee del Governo italiano per rendere concreto il passaggio alla produzione e superare gli ostacoli esistenti anche a livello europeo?

In sede di conversione in legge del decreto legge 14 aprile 2023, n. 39, “Disposizioni urgenti per il contrasto della scarsità idrica e per il potenziamento e l’adeguamento delle infrastrutture idriche”, è stato approvato un emendamento all’articolo 9 bis che introduce una procedura semplificata per l’emissione deliberata nell’ambiente ai fini della sperimentazione di piante ottenute mediante editing genomico e cisgenesi, collettivamente note come tecniche di evoluzione assistita (Tea), in grado di migliorare la resilienza verso lo stress idrico o di conferire resistenza a stress biotici. L’emissione deve essere preceduta da una notifica presentata al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica quale ‘autorità nazionale competente’. In particolare, con la nuova normativa decade la necessità della valutazione del rischio per l’agro biodiversità, i sistemi agrari e la filiera agroalimentare, nonché ogni prescrizione ai fini della valutazione del rischio. Pertanto, l’attuale quadro normativo nazionale permette, una volta acquisito il parere positivo del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e della Regione interessata, l’effettuazione della ricerca con coltivazioni in pieno campo. Si evidenzia, infine, che in ambito UE proseguono i lavori per l’adozione di un regolamento che permetta la coltivazione delle Tea, che vede l’appoggio dell’Italia. La bozza di regolamento non ha ancora ottenuto la maggioranza qualificata ed è ancora in corso il confronto tecnico per raggiungerla.

Un caso di decadenza produttiva italiana è rappresentato dal mais, che in poco più di 20 anni ha dimezzato la produzione e ridotto le superfici. La maiscoltura tuttavia ha un ruolo decisivo per tantissime produzioni agro-zootecniche (comprese le eccellenze Dop e Igp). Cosa si deve fare per salvare il mais italiano? 

La marcata riduzione degli investimenti a mais nel periodo considerato, unitamente alle notevoli preoccupazioni espresse in ordine all’incidenza negativa della mancata produzione conseguente alla riduzione degli investimenti, condiziona negativamente la filiera della prima trasformazione e lo sviluppo armonioso del comparto zootecnico. Ciò premesso, fermo restando l’attuale introito (circa € 4,5 miliardi) realizzato dalla collocazione sui mercati esteri delle eccellenze “Made in Italy” collegate e correlate alla trasformazione delle produzioni zootecniche nostrane, occorre delineare un approccio innovativo da realizzare nelle filiere in esame, al fine di assicurare continuità alle peculiarità produttive che, fra l’altro, esaltano la territorialità della produzione e valorizzano l’arte “culinaria” degli areali considerati; in primis, si tutelano le maestranze – consapevoli e abili,  modellate attingendo dalla consolidata esperienza maturata nei secoli passati –  dedicate alle rispettive produzioni che tipizzano la vocazione degli innumerevoli areali italici. Per sostenere una inversione di tendenza degli investimenti a mais occorre approcciarsi in un’ottica di filiera valorizzando i vari segmenti della stessa, non ultimo sostenendo un’azione concertata per la promozione di prodotti finiti da offrire al consumo. In pratica, oltre alla destinazione tradizionale del mais quale componente di base della dieta per la zootecnia di allevamento stanziale, occorre individuare e definire una gamma variegata di prodotti finiti da offrire all’utilizzo diretto e che, di fatto, ampli la scelta del consumatore finale; ciò dovrebbe consentire un recupero di valore aggiunto che, attraverso un mirato accordo interprofessionale, potrebbe essere in parte trasferito al mondo agricolo. Lo sviluppo del settore deve necessariamente passare attraverso una marcata innovazione di processo e soprattutto un’interazione commerciale tra gli attori che operano all’interno sia della filiera feed, sia della filiera food. Per quanto concerne la filiera feed, appare pleonastico rammentare che per incentivare una produzione, attesa l’impossibilità di spingere sugli aiuti UE o nazionali per le note vicende di accordi internazionali, bisogna obbligatoriamente far sì che il recupero di valore aggiunto del prodotto finale debba necessariamente essere canalizzato a remunerare adeguatamente i processi produttivi della materia prima. Nella fattispecie, il prezzo finale di un prosciutto DOP dovrebbe prevedere anche la possibilità di trasferire una frazione del valore aggiunto prodotto, concordata e predefinita, ma variabile rinegoziabile a secondo l’andamento delle condizioni di mercato, al segmento responsabile dei prodotti di base impiegati nelle filiere interessate. Infatti il successo di una produzione Dop o Igp discende, oltre che dall’abilità delle maestranze, dall’utilizzo di una materia prima (mais) di elevata qualità e di acclarata salubrità. Due aspetti questi ultimi che possono essere garantiti dall’utilizzo di un processo produttivo nazionale tracciabile e da un controllo costante sui pesticidi utilizzati nelle varie fasi fenologiche della crescita della coltivazione e dei successivi processi produttivi. Inoltre, risulta determinante la fase di stoccaggio e di dosaggio nella preparazione della dieta giornaliera formulata per gli allevamenti considerati. Tutto ciò volto a supportare un approccio olistico del processo produttivo della leccornia finale, caratterizzante il “Made in Italy” nel mondo. Uno tra gli strumenti utilizzabili per valorizzare ed esaltare l’attività dei singoli, appartenenti ai vari segmenti della filiera in causa, è rappresentato dall’Accordo quadro. Questo strumento può favorire sia l’aggregazione di prodotto, sia la spinta alla produzione di base, richiesta dalla prima trasformazione. Inoltre, occorre sostenere l’azione dei ricercatori commerciali nell’individuazione di una gamma di prodotti finali che si generino dall’utilizzo diretto del mais per essere offerti direttamente al consumatore finale, atteso l’evoluzione socio-economica degli utilizzatori finali. In altri termini, si assiste all’evoluzione di un processo inarrestabile evolutivo del consumare che sempre più è proteso alla ricerca, nei momenti di pausa fuori casa, di particolari gusti presenti nelle cosiddette nuove “sfiziosità”, derivanti da una nuova gamma di prodotto: occorre intercettare queste esigenze e inserirle a sistema produttivo.

La feed economy, cioè l’agro-zootecnia nel suo complesso, ha un impatto sull’economia italiana di oltre 130 miliardi. Si tratta di una filiera lunga che lega produzione agricola e trasformazione industriale e ha nella mangimistica il suo settore centrale. Ci sono azioni specifiche che possono garantire la crescita di questo settore anche in ottica di conquista dei mercati internazionali?

La ricerca di uno sviluppo armonioso del comparto agro-zootecnico, nel panorama di crescita dell’agro-alimentare italiano, è da ritenersi punto fermo di attracco di qualsiasi piano di crescita settoriale o di comparto o, in modo più generale, dell’intera agro-industria nazionale. L’obiettivo della politica di sviluppo che l’Italia ha delineato, nel medio-lungo periodo, richiama sempre più una valorizzazione dei prodotti “Made in Italy”, ottenuti da processi produttivi certificati e provenienti integralmente da prodotti delle filiere nazionali. In altri termini, trattasi di una implementazione di filiera zootecnica di valorizzazione della variegata gamma di prodotti trasformati, ottenuti dalle produzioni offerte dagli allevamenti nostrani, realizzati nel pieno rispetto della sostenibilità ecologica e dell’acclarato rispetto della biodiversità. Queste forme di allevamento devono essere caratterizzate dal richiamo alla conclamata azione della tradizione nazionale che trova riscontro nei processi produttivi contemplati nelle filiere autoctone, incernierate nell’alveo della produzione 100% italiana, ottenuta grazie all’utilizzo di sola materia prima autoctona. Quindi occorre attivarsi al fine di creare le condizioni operative, gestionali e commerciali, coinvolgere maggiormente le strutture esistenti per veicolare il prodotto sui mercati internazionali affinché si possa offrire al mondo della produzione un sentiero certo, nell’obiettivo finale e delimitato, nel limite del possibile, in ordine alle variabili che si andranno a considerare per soddisfare il programma di sviluppo individuato.  Ovviamente in questo scenario le filiere dovrebbero occupare un posto di rilievo, offrendo un contributo organizzativo e di cerniera tra i segmenti che le compongono, dal produttore agricolo alle strutture commerciali che gestiscono il rapporto con il consumatore finale sia in Italia, sia sui mercati internazionali.