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Italia: il boom del “solare” riparte dai tetti

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Il 2010 è stato l’anno d’oro per il fotovoltaico in Italia. Complici gli incentivi statali, il sistema-Paese ha quasi triplicato la potenza installata rispetto all’anno precedente. Un trend che ha superato anche quello globale: secondo alcune stime, infatti, la potenza fotovoltaica installata a livello mondiale a fine 2009 era di circa 23.000 Mw, mentre nel 2010 è arrivata a circa 40.000 Mw. Ad oggi, secondo stime del Gestore dei servizi energetici (Gse), gli impianti fotovoltaici a terra rappresentano nel nostro Paese una quota pari a circa il 44% di tutta la potenza fotovoltaica installata, potenza che sarebbe pari a circa 2.900 Mw.

 

In Italia il business del “solare” si prepara a entrare nella sua fase di sviluppo matura. Visto il braccio di ferro sul mantenimento degli incentivi, le imprese e i privati sono pronti ad aprirsi ai filoni più redditizi, senza squilibri e rincorse pericolose. È il caso dello sviluppo delle energie rinnovabili per le imprese agricole, un’opportunità per integrare il reddito agricolo e per sostenere il fabbisogno energetico dell’impresa. Sono oltre 120 mila le aziende agricole italiane (su un totale di oltre 1,7 milioni) definite multifunzionali in quanto integrano il reddito agricolo con quello proveniente dalla fornitura di beni e servizi di altra natura, tra i quali, oltre al turismo e all’artigianato, anche il sociale e per l’appunto energia pulita.

 

L’Italia, anche grazie alla sua posizione geografica – meno alla morfologia del territorio -, grazie al forte traino delle industrie energetiche e al sistema di sostegni statali è al momento ai primi posti tra i paesi più “solari” del mondo. Classifica che vede la Germania stabilmente al vertice tenere a distanza gli inseguitori: Spagna, Giappone, Italia e Stati Uniti. La riduzione del sistema degli incentivi, decretata in parte dagli scossoni delle Borse e dai problemi dei debiti sovrani, in parte necessaria a non creare distorsioni nel mercato, primo fra tutti quello stesso delle rinnovabili, determinerà in futuro diversi tassi di crescita, anche se la strada verso il fabbisogno di rinnovabili appare tracciata. Secondo la rivista Energy Policy, ad esempio, già nel 2030 il 100% dell’energia potrebbe provenire dalle rinnovabili. E alcuni Paesi sono ormai più avanti della “road map” ecologica europea (il celebre obiettivo 20-20-20: la riduzione del 20% delle emissioni di gas serra, l’aumento dell’efficienza energetica del 20% e il raggiungimento della quota del 20% di fonti di energia alternative), se è vero che la Danimarca può già oggi annunciare l’abbandono di tutti i combustibili fossili a partire dal 2050.

 

Il disastro di Fukushima e l’esito del referendum sul nucleare, il conto sempre più salato della bolletta energetica e le fibrillazioni politiche nei Paesi di approvvigionamento di gas e petrolio, la sostenibilità della crescita e la salvaguardia dell’ambiente. Sono tanti gli indicatori che fanno pensare che il boom delle energie rinnovabili sia non solo inarrestabile, ma rappresenti una risorsa per il Pianeta e per l’economia. È il caso dell’energia solare, che sta cambiando il volto delle nostre campagne. Ma tutto ha un prezzo, e quindi anche le scelte sulla strada delle eco-energie devono essere ponderate. Il fotovoltaico rappresenta un modello virtuoso nel campo delle energie rinnovabili, purché, come sottolineato da molte parti, “costruito” rispettando vincoli e vocazioni ed evitando il “pannello selvaggio”.

 

C’è chi parla, invece, di insidie nascoste nel solco di “chi sfrutta la crisi del settore fingendo di mantenere l’attività agricola coltivando i girasoli elettronici”, spiegava di recente l’ex ministro delle Politiche Agricole Giancarlo Galan, dimostrando che in alcuni casi l’installazione degli impianti a inseguimento (definiti “girasoli elettronici”) possono dar vita ad “un’operazione speculativa” che alla fine “deturpa il paesaggio”, ma in termini economici “non porta ricchezza nelle campagne”.

Su Internet è un fiorire di operatori alla ricerca di terreni in affitto. I contratti, secondo la normativa, durano 25 anni, che è anche la redditività massima garantita dai produttori degli impianti. Il prezzo dei terreni agricoli è destinato a “gonfiarsi”, scoraggiando i giovani e i figli degli agricoltori che puntano a diventare imprenditori agricoli, con il pericolo di una redditività minore in futuro. In qualche caso, il fondo può ritornare indietro svalutato, perché impoverito. Una preoccupazione sul valore e sulle prospettive future sul quale è d’accordo anche il fondatore di Slow Food Carlo Petrini: “Con distese enormi di pannelli fotovoltaici i suoli sottostanti perdono permeabilità; l´attività biologica – ha affermato – tende a morire dando luogo a fenomeni di desertificazione che ne decreterebbero l´infertilità e aumenterebbero il pericolo di alluvioni”. Fanno riflettere le distese di “girasoli hi-tech” spagnole abbandonate – con problemi relativi anche allo smaltimento dei rifiuti – dopo il taglio drastico degli incentivi di Stato.

 

Eppure, le forme di uso “intelligente” del solare nei fondi agricoli esistono, anche se quasi mai pienamente sfruttate. I tetti dei capannoni, dei fienili, delle serre, ad esempio, sono una collocazione ideale. Secondo uno studio dell’Università di Firenze, se ogni azienda agricola montasse i pannelli sul tetto si coprirebbe il 2% del fabbisogno di elettricità degli italiani. Si possono utilizzare i pannelli montandoli su piloni che consentono di continuare a coltivare l’area sottostante, permettendo il passaggio di uomini e mezzi. Sistemi che permettono l’irradiazione delle colture e persino di recuperare l’acqua piovana canalizzandola nei pozzi. Alcune produzioni, come mais, zucchine e pomodori si avvantaggiano persino di un microclima migliore, con la giusta umidità e temperatura al suolo. E ancora, si stanno facendo strada tecnologie d’avanguardia adatte ai terreni marginali che per la loro conformazione sarebbero destinati a restare incolti.

 

“Intendiamo proteggere il terreno agricolo dalle speculazioni industriali, stabilendo che esso deve essere utilizzato in primo luogo per l’agricoltura”, affermò Galan proponendo gli aggiustamenti del governo in tema di “fotovoltaico a terra”, con la stretta sulla potenza e le superfici, che ha di fatto limitato al 10% dei terreni agricoli disponibili l’occupazione dei pannelli. In alcuni casi le norme regionali si sono mosse per evitare derive pericolose. Lo ha fatto la a Regione Emilia-Romagna che fissando le linee guida per l’autorizzazione e l’installazione dei pannelli fotovoltaici ha stabilito il limite per la messa in opera dei pannelli nei terreni ad uso agricolo: si può su non oltre il 10% della superficie coltivabile e non in zone protette, come i parchi, le aree adiacenti i fiumi, le riserve naturali, che sono messe al sicuro dall’installazione di impianti.

 

Un altro caso di intervento normativo ad hoc è quello della Provincia di Torino che ha posto in primo piano le esigenze ambientali, privilegiando gli impianti fotovoltaici sui tetti oppure quelli installati sul suolo in aree industriali esistenti. Una disposizione fatta propria nel Piano territoriale di coordinamento provinciale (variazione Ptc1, delibera 26817 del Consiglio provinciale) che, con l’obiettivo di incentivare le fonti rinnovabili, ha aggiornato le linee guida: “Per quanto concerne la localizzazione degli impianti a terra, tenuto conto della considerevole occupazione di suolo e in considerazione delle pressioni sussistenti sul tale comparto nel territorio della Provincia, si ritiene sicuramente da preferire l’installazione su aree degradate e poco adatte all’uso agricolo, quali discariche esaurite, cave dismesse, aree produttive, commerciali e a servizi, siti industriali dismessi, piazzali, parcheggi e aree marginali intercluse”. Tra le aree escluse ci sono oltre ai terreni ad uso agricolo in classe prima e seconda di capacità d’uso del suolo, anche le aree in fascia A e B e in fascia C (solo con pannelli posati direttamente al suolo) del Piano stralcio per l’assetto idrogeologico (Pai), aree a rischio frane per dissesto idrogeologico, gli aeroporti, le aree militari, i siti Unesco, i parchi, le riserve naturali e, ovviamente, le zone viticole Docg.

 Luglio – Agosto 2011.

 

Foto: Pixabay

Cosimo Colasanto