Sicurezza alimentare e realismo: l’Europa tra nuove consapevolezze e vecchie contraddizioni
di Giulio Gavino Usai, Responsabile economico Assalzoo
Negli ultimi mesi alcuni segnali provenienti dal Parlamento europeo sembrano indicare un cambio di approccio rispetto al ruolo strategico dell’agricoltura e della zootecnia. Il recente rapporto sul futuro del settore zootecnico introduce infatti elementi di maggiore realismo: riconosce la centralità della sicurezza alimentare, la necessità di sostenere la competitività degli allevatori e l’urgenza di politiche coerenti con il contesto geopolitico attuale.
Si tratta di un passaggio importante. Per la prima volta dopo anni di dibattito, spesso dominato da approcci ideologici, si afferma con chiarezza che non può esistere sostenibilità senza sostenibilità economica e che la zootecnia non rappresenta un problema da ridurre, ma una componente essenziale della soluzione. Il richiamo alla stabilità della PAC, alla difesa del reddito degli allevatori, alla semplificazione normativa e alla necessità di garantire condizioni di concorrenza eque segna un punto di discontinuità rispetto a un’impostazione che, negli ultimi anni, ha spesso penalizzato il settore produttivo europeo.
Eppure, accanto a questa nuova consapevolezza, permane una contraddizione profonda nella visione strategica dell’Unione europea. Le dichiarazioni di principio rischiano ancora una volta di rimanere tali se non accompagnate da scelte politiche non solo coerenti ma anche tempestive. Il rischio è quello di restare intrappolati in un dibattito sterile, incapace di tradurre gli obiettivi in strumenti operativi, mentre il contesto globale evolve rapidamente.
Le tensioni geopolitiche degli ultimi anni – dalla pandemia alla guerra russo-ucraina, fino ai conflitti in Medio Oriente – hanno già dimostrato quanto fragile sia l’equilibrio su cui si basa la sicurezza alimentare globale. L’attuale crisi legata allo stretto di Hormuz rappresenta un ulteriore campanello d’allarme: il blocco delle rotte energetiche e l’aumento dei costi delle materie prime stanno generando effetti a catena sull’intera filiera agroalimentare.
Il paradosso è evidente. Di fronte a un rischio crescente di insicurezza alimentare si assiste a una progressiva deviazione delle produzioni agricole verso usi energetici. Colture fondamentali come mais, soia e oleaginose vengono sottratte alla destinazione alimentare per sostentare il comparto delle bioenergie in risposta all’emergenza energetica. Ma questa scelta, dettata dall’urgenza e dall’emotività del momento, rischia di aggravare ulteriormente la crisi alimentare globale, già segnalata con forza dalle organizzazioni internazionali.
Si tratta di una contraddizione che evidenzia una grave assenza di visione strategica. L’energia rappresenta senza dubbio una priorità, ma non può essere affrontata sacrificando la produzione alimentare. Le agroenergie, per loro natura, non sono in grado di sostituire in modo strutturale i combustibili fossili; di conseguenza, l’utilizzo di materie prime agricole a fini energetici rischia di configurarsi come un palliativo inefficace, con effetti negativi sulla disponibilità di cibo e sulla stabilità dei prezzi.
In questo scenario appare ancora più evidente il limite delle politiche europee degli ultimi anni. Il Green Deal, pur animato da obiettivi condivisibili, si è tradotto spesso in un aumento degli oneri per i produttori, senza garantire un adeguato bilanciamento tra sostenibilità ambientale e sostenibilità economica. Analogamente le lunghe incertezze normative su innovazioni fondamentali come le biotecnologie – dagli OGM prima, alle TEA oggi – hanno frenato e continuano a frenare lo sviluppo del settore, riducendo la capacità dell’Europa di competere su scala globale.
La conseguenza è un progressivo indebolimento della capacità produttiva europea, proprio nel momento in cui sarebbe necessario rafforzarla. In un mondo in cui la globalizzazione tradizionale mostra evidenti segni di crisi, la capacità di garantire autosufficienza alimentare e resilienza delle filiere diventa un elemento strategico imprescindibile.
Eppure c’è un dato che dovrebbe dominare il dibattito pubblico globale e che invece continuiamo a ignorare: ogni anno circa 9 milioni di persone muoiono per cause legate alla fame e alla malnutrizione, e tra queste circa 3 milioni sono bambini. Numeri che da soli dovrebbero imporre una gerarchia chiara delle priorità politiche ed economiche a livello mondiale.
La nostra società – giustamente – si indigna di fronte alle immagini delle guerre, alla strage di civili innocenti, alla morte di bambini sotto le bombe. È una reazione sacrosanta, che testimonia una coscienza civile ancora viva. Ma allo stesso tempo, troppo spesso, si assiste nell’indifferenza a una forma di rimozione collettiva quando si tratta delle vittime della fame: milioni di morti silenziose, che non fanno notizia, che non generano lo stesso livello di attenzione e indignazione, che non mobilitano con la stessa forza l’opinione pubblica e le istituzioni. È questo uno dei paradossi più drammatici del nostro tempo.
L’Unione europea si trova oggi di fronte a un bivio. Da un lato può limitarsi a ribadire principi e obiettivi, rinviando ancora una volta le decisioni più difficili; dall’altro, può avviare una vera strategia integrata, capace di coniugare sostenibilità, competitività e sicurezza alimentare. Ciò implica però scelte chiare: rimuovere l’eccesso di burocrazia, sostenere gli investimenti produttivi, valorizzare la ricerca e l’innovazione e riconoscere pienamente e concretamente il ruolo strategico di agricoltura e zootecnia.
Ma questa responsabilità non può essere delegata esclusivamente alle istituzioni europee. Anche la politica nazionale – di governo e di opposizione – è chiamata a dimostrare maggiore coraggio e determinazione, superando logiche di breve periodo e assumendo decisioni realmente efficaci a tutela della produttività agro-zootecnica e alimentare del Paese, tanto più in una fase in cui l’Italia registra un forte deficit di materie prime agricole e zootecniche e risulta quindi esposta in modo significativo alle tensioni dei mercati internazionali.
Il tempo delle enunciazioni è finito. In un contesto globale sempre più instabile la capacità di garantire cibo, energia e stabilità economica non può essere affidata a compromessi ideologici o a soluzioni emergenziali. Serve una visione di lungo periodo, fondata sul realismo e sulla responsabilità, capace di rimettere al centro ciò che dovrebbe essere ovvio: senza sicurezza alimentare non esiste né sostenibilità, né autonomia, né futuro.
Solo così l’Europa, ma anche il nostro Paese, potranno evitare di trovarsi impreparati di fronte alle crisi future e recuperare un ruolo credibile nello scenario internazionale.
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Last modified: 8 Settembre 2026





