Coltiva Italia: cosa prevede la riforma per zootecnia e materie prime agricole
di Francesca Cerri, Redazione
Il ColtivaItalia – disegno di legge (DDL n. 2670, “Misure di consolidamento e sviluppo del settore agricolo”) – ha concluso il processo d’approvazione parlamentare. Il testo, in particolare, ha superato la lettura della Commissione Agricoltura della Camera il 17 giugno scorso e ha passato l’esame in Aula a Montecitorio il 23 luglio. Il passaggio al Senato si è concluso nei giorni scorsi. L’obiettivo di rendere operative le prime risorse dai primi mesi del 2027 è alla portata. Ecco in dettaglio gli elementi che caratterizzano il provvedimento.
Una dote da oltre un miliardo di euro – Il cuore del provvedimento è uno stanziamento complessivo superiore a un miliardo di euro, distribuito sul triennio 2027-2029, destinato a tre filiere considerate strategiche e strutturalmente in deficit produttivo: cereali (in particolare grano duro e soia), zootecnia da carne e olivicoltura. Secondo le parole del Ministro Francesco Lollobrigida si tratta dell’intervento normativo più ambizioso per l’agricoltura italiana dai tempi della legge Quadrifoglio del 1977. Secondo le stime di The European House-Ambrosetti, il provvedimento genererà un impatto economico di lungo periodo pari a 248 miliardi di euro, portando benefici significativi all’intero sistema Paese.
Zootecnia: il piano “Allevamento Italia” – La parte zootecnica del provvedimento è tra le più corpose. In primo luogo c’è lo stanziamento di 300 milioni di euro per rilanciare la produzione nazionale di carne bovina, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dalle importazioni (in particolare di vitelli francesi destinati all’ingrasso). Il veicolo principale di sovvenzione è il finanziamento all’acquisto di riproduttori per accrescere il patrimonio zootecnico nazionale, puntando così sul rafforzamento della linea vacca-vitello, ossia l’allevamento dalla nascita all’ingrasso, che oggi si dimostra marginale in Italia rispetto al modello basato sull’importazione di capi da ristallo.Durante l’esame alla Camera è stata inserita l’estensione degli incentivi anche alle strutture allevatoriali, ampliando in tal modo la platea dei beneficiari che non si limita ai soli acquisti di riproduttori. Sulle modalità applicative delle misure ci sono ancora vari aspetti da definire, che saranno contenuti nei decreti attuativi ministeriali successivi all’approvazione definitiva. Tra le altre misure con ricadute dirette sul comparto zootecnico è previsto un nuovo sistema di copertura del rischio per gli allevamenti e l’introduzione di un metodo armonizzato per il calcolo delle emissioni zootecniche, che modifica l’approccio restrittivo esistente.Il provvedimento interviene inoltre anche a sostegno delle imprese colpite da epizoozie nel corso del 2025. Viene prevista una moratoria di dodici mesi sulla quota capitale di mutui e finanziamenti in scadenza nel 2026, accessibile tramite autocertificazione nella quale si attesti una riduzione del fatturato di almeno il 20% oppure della produzione di almeno il 30% (20% per le quantità conferite nel caso delle cooperative).
Materie prime agricole: grano duro e soia – Il secondo grande pilastro, anch’esso da 300 milioni di euro, riguarda il rafforzamento della produzione di grano duro e soia, due materie prime agricolo rispetto alle quali l’Italia mostra un deficit strutturale rilevante. Secondo i dati più recenti portati nel dibattito parlamentare, il Paese importa circa il 60% del fabbisogno di grano duro e circa il 40% della soia per l’alimentazione animale continua ad arrivare dall’estero; si tratta in gran parte di soia sudamericana.A differenza della filiera zootecnica e di quella olivicola, dove gli investimenti da finanziare sono più facilmente identificabili (acquisto di riproduttori, reimpianto di uliveti), per i cereali il perimetro delle misure da adottare è di più complessa definizione, perché la parte principale delle coperture proviene dal Fondo Sviluppo e Coesione, che finanzia investimenti strutturali e non semplici aiuti a ettaro. Si è aperto in tal senso un confronto tecnico con il Ministero dell’Economia in relazione alle coperture finanziarie che è tuttora in corso, ma non si ravvisano ostacoli reali rispetto all’applicazione del testo.
Il nodo mais – Un capitolo che merita attenzione specifica è quello del mais, coltura rispetto alla quale l’Italia palesa la dipendenza più marcata dalle importazioni tra le materie prime agricole: nel solo 2024 il Paese ha dovuto importare 7,3 milioni di tonnellate di granella, per una spesa superiore a 1,6 miliardi di euro, a fronte di un fabbisogno nazionale che si aggira intorno agli 11 milioni di tonnellate annue. Le cause di questo progressivo abbandono della maiscoltura sono molteplici: costi di produzione crescenti, estati sempre più siccitose, problemi legati alle micotossine e uno svantaggio normativo rispetto ai competitor extra-UE. Va segnalato tuttavia come il 2025 abbia registrato un’importante inversione di tendenza: le superfici coltivate salite a 541.000 ettari (+9,2%) e la produzione a 5,5 milioni di tonnellate (+11,9%); si tratta certo di un segnale incoraggiante, ma ancora lontano dal colmare il deficit strutturale nel quale si trova l’Italia.Il mais, come detto, non compare come pilastro autonomo nell’impianto del ColtivaItalia, che concentra i tre blocchi principali da 300 milioni di euro su cereali (grano duro e soia), zootecnia e olivicoltura. Per il mais c’è un sostegno previsto all’interno del Fondo per la Sovranità Alimentare, lo stesso strumento richiamato dal DDL: i contratti di filiera su soia, legumi e mais sono finanziati con 25 milioni di euro l’anno e, secondo quanto riportato nel dibattito parlamentare, hanno registrato un numero elevato di richieste, espressione di un interesse da parte delle imprese produttrici ben superiore alle risorse disponibili. Questo successo alimenta le pressioni da parte del mondo maidicolo italiano affinché, nei decreti attuativi o negli emendamenti successivi, il sostegno alla coltura venga rafforzato in modo più strutturato, in considerazione dell’importanza strategica che essa riveste per la mangimistica e l’intera filiera zootecnica.
Le altre misure principali – Il terzo pilastro da 300 milioni di euro andrà a finanziare il Piano Olivicolo Nazionale 2026-2030, con interventi di reimpianto tramite cultivar resistenti e contrasto alle fitopatie. È inoltre prevista l’istituzione di un commissario straordinario per l’emergenza Xylella fastidiosa, in carica fino al 2028 e affiancato da due subcommissari, con una dotazione di oltre 3 milioni di euro sul triennio.Il testo introduce poi 150 milioni di euro per il ricambio generazionale, tramite mutui agevolati e contributi a fondo perduto per le imprese a guida giovanile o femminile, oltre a un pacchetto di semplificazioni amministrative (istruttorie dei CAA immediatamente esecutive per le pratiche prive di valutazioni discrezionali) e a una modifica della disciplina sulle pratiche sleali, con l’introduzione di una diffida che concede sessanta giorni per sanare gli illeciti prima di applicare sanzioni ridotte. Sul fronte della ricerca, sono stanziati oltre 13 milioni di euro per il CREA, che assumerà 45 nuove unità, mentre l’AGEA è destinata a trasformarsi in AGEAIT, con un ruolo rafforzato su innovazione e controlli, incluse le importazioni ittiche.
Prossimi passi – Per allevatori e cerealicoltori il provvedimento non è ancora effettivamente operativo: lo stanziamento dei fondi avverrà dal 2027; di conseguenze le regole specifiche – percentuali di contributo, soggetti beneficiari, modalità di accesso – saranno definite dopo la promulgazione della legge all’interno dei decreti attuativi ministeriali. La conoscenza precisa dell’impianto della riforma rappresenta per le imprese uno snodo essenziale per iniziare la valutazione sulla tempistica degli investimenti, soprattutto su tematiche come il credito agevolato ai giovani agricoltori e gli acquisti di riproduttori per la linea vacca-vitello.
agricoltura agricolutra allevamento materie prime agricole zootecnia
Last modified: 8 Novembre 2026





