GIORNALE DI ECONOMIA, LEGISLAZIONE, RICERCA E NUTRIZIONE DEL SETTORE MANGIMISTICO

Stati Generali della Zootecnia 2026, un dialogo per il futuro del Made in Italy

Autore:

di Salvatore Patriarca, Redazione

Fieragricola ha ospitato la prima edizione degli Stati Generali della Zootecnia, che si è svolta a Verona lo scorso 6 febbraio. L’evento, promosso da Assalzoo insieme appunto a Fieragricola, ha rappresentato l’avvio di un percorso di dialogo per la filiera agro-zootecnica-alimentare italiana. Proprio per lo spirito con il quale è stato costruito, l’incontro non si è svolto secondo una dinamica celebrativa, ma come un momento di ascolto attraverso il quale fissare le criticità di un sistema sotto pressione, stretto tra vulnerabilità economiche, dipendenza dall’estero e attacchi reputazionali. In apertura Massimo Zanin, Presidente Assalzoo, ha tracciato i confini di questa sfida: l’Italia importa oggi il 60% di mais, l’80% di soia, il 60% della carne bovina e il 40% di quella suina. Si tratta di una dipendenza che espone l’Italia alle tensioni geopolitiche e alla volatilità dei mercati internazionali. L’obiettivo del confronto non è dunque l’egemonia di un singolo attore: è al contrario la definizione di una “regia” condivisa che metta al centro di ogni scelta strategica il consumatore, il vero regolatore che con il proprio acquisto determina la sostenibilità economica dell’intera filiera. La costruzione di questo dialogo è avvenuta attraverso tre tavoli di confronto che hanno visto protagoniste le tre parti che compongono la filiera: la distribuzione, la trasformazione industriale e la produzione primaria con l’allevamento.

La ricerca di un equilibrio tra prezzi e valore nella distribuzione

Il primo tavolo ha avuto come i protagonisti i rappresentanti della grande distribuzione e del commercio che si sono interrogati su come sostenere la qualità italiana in un contesto di calo dei consumi in volume. Donatella Prampolini (Vicepresidente Confcommercio) ha aperto il dibattito, difendendo il ruolo della distribuzione troppo spesso indicata come la responsabile principale dei rincari inflattivi. Prampolini ha spiegato come il prezzo finale non sia una rendita speculativa, ma incorpori “costi di garanzia” inaggirabili (catena del freddo, controlli di sicurezza, analisi e confezionamento). Ha poi concluso chiedendo che il rispetto reciproco sia davvero il requisito per superare la dicotomia tra “distribuzione cattiva” e “altri buoni”.

Carlo Alberto Buttarelli (Presidente Federdistribuzione) ha ricordato che l’85% dei consumi domestici passa dalla distribuzione moderna, rendendo questo anello uno stabilizzatore fondamentale del sistema. Buttarelli ha anche posto l’accento su un problema rilevante: l’articolazione dei costi produttivi. Se i costi delle materie prime a monte scendono, è necessario che anche i listini industriali si adeguino per proteggere il potere d’acquisto delle famiglie; senza questo meccanismo ogni discussione sulla qualità diventa sterile.

Claudio Mazzini (Direttore Generale ANCC-Coop) ha avanzato una lettura di natura più strutturale: il sistema italiano soffre di costi aggiunti piuttosto che di valore aggiunto e ciò a causa di una cronica mancanza di aggregazione ed efficienza. Mazzini ha rivendicato la trasparenza di Coop, che trasmette i prezzi di acquisto ai ministeri e ha evidenziato come il nodo centrale non sia la mancanza di dati, ma l’incapacità di fare scelte prioritarie.

Daniele Erasmi (Presidente Fiesa-Confesercenti) ha portato infine il punto di vista del dettaglio tradizionale, sottolineando come la fiducia del consumatore risieda nel “capitale umano” rappresentato dai macellai e dai piccoli bottegai che sono capaci di spiegare il valore di una DOP al di là del semplice dato del prezzo.

Le fragilità strutturali della trasformazione industriale

Il secondo tavolo ha affrontato il tema della trasformazione industriale e ha evidenziato la percezione di un settore che si percepisce esposto a livello mediatico sul piano reputazionale. Davide Calderone (Direttore ASSICA) ha posto il tema della narrazione mediatica, citando alcune trasmissioni del servizio pubblico. Calderone ha denunciato in alcuni servizi televisivi l’uso di immagini di casi estremi che non sono certo rappresentativi dell’intero sistema degli allevamenti. Tali manipolazioni creano un clima di sfiducia generalizzata e danneggiano il valore del Made in Italy. La sfida industriale non è solo economica, ma culturale: bisogna promuovere la verità del lavoro quotidiano contro la costruzione di narrazioni ideologiche preconfezionate.

Serafino Cremonini (Presidente Assocarni) ha focalizzato il suo intervento sulle criticità del comparto bovino. Cremonini ha evidenziato come la rilevante dipendenza dall’estero riduca in maniera sostanziale la capacità di programmazione industriale e ha richiamato l’attenzione su politiche di medio-lungo periodo finalizzate a ricostruire una base produttiva nazionale senza la quale il Made in Italy resta un concetto “incompleto”.

Nel mondo del latte Massimo Forino (Direttore Assolatte) ha invece indicato come il pilastro necessario per garantire gli investimenti sia la stabilità normativa. Forino ha individuato la specificità della qualità italiana in un mix di tradizione e competenze industriali che non possono essere messe a rischio dai continui cambiamenti di regole o dalle incertezze legislative.

Il confronto è proseguito con Carlo Siciliani (Presidente Uniceb), che ha acceso un faro sulle “filiere minori”. Siciliani ha avvertito che il valore del sistema non risiede solo nei grandi volumi, ma anche in quelle produzioni specialistiche che rischiano di scomparire, portando con sé competenze artigianali insostituibili.

Rispetto alle fragilità degli altri comparti, Lara Sanfrancesco (Direttore Unaitalia), in parziale controtendenza, ha presentato il settore avicolo come un modello di integrazione organizzativa. Grazie a una struttura autosufficiente e orientata al mercato, l’avicoltura italiana dimostra come la programmazione e la condivisione delle informazioni lungo la filiera siano gli elementi decisivi per avere una rapida capacità di risposta alle richieste del consumatore.

Il tema della redditività nel settore primario

L’ultimo tavolo del confronto è quello che ha dato voce alla produzione primaria; questa parte della filiera vive le maggiori tensioni tra i vincoli normativi da osservare e la sostenibilità economica da raggiungere.

Raffaele Drei (Presidente Confcooperative Fedagripesca) ha indicato nell’aggregazione cooperativa la soluzione strutturale alla frammentazione produttiva italiana. Mediante la cooperazione i produttori possono migliorare il proprio potere contrattuale e condividere quegli investimenti tecnologici necessari per affrontare la sfida della sostenibilità.

Con Gianmichele Passarini (Vicepresidente CIA) il focus si è spostato sulle difficoltà operative. Passarini ha indicato nella burocrazia e nella complessità amministrativa dei “freni strutturali” che erodono la redditività, tanto quanto i costi energetici. La richiesta di una semplificazione normativa e di soluzioni pratiche per permettere alle aziende di innovare ha concluso l’intervento di Passarini.

Tommaso Battista (Presidente Copagri) ha a sua volta sottolineato come l’incertezza legislativa e i continui cambi di rotta politica siano i peggiori nemici della pianificazione aziendale. Ha avanzato di conseguenza la richiesta di politiche coerenti con le reali esigenze dei territori e dei distretti produttivi.

Massimiliano Giansanti (Presidente Confagricoltura) ha adottato una visione di natura manageriale, ricordando il fatto che le aziende agricole sono imprese che operano in mercati volatili. La transizione sostenibile, nella visione di Giansanti, va concepita come una traiettoria governata e non un salto nel buio imposto; essa necessita di strumenti economici realistici e di stabilità nelle regole per non trasformarsi in un onere esclusivamente a carico degli agricoltori.

Ettore Prandini (Presidente Coldiretti) ha concluso con un intervento dallo spiccato tenore politico, ribadendo che senza gli allevatori italiani non esiste né una sovranità alimentare nazionale né una filiera credibile. Prandini ha denunciato il rischio di una delocalizzazione strisciante: se produrre in Italia diventa impossibile a causa di vincoli ambientali sproporzionati e costi non compensati, il mercato si limiterà a importare prodotti da paesi con standard inferiori, senza alcun beneficio dal punto di vista della sostenibilità.

Verso una visione unitaria

Gli Stati Generali di Verona si sono chiusi con la consapevolezza che, nonostante le differenze tra i diversi anelli della filiera siano evidenti, esiste una disponibilità reale al confronto. La mappatura esplicita e franca dei problemi diventa la linea guida attraverso la quale progettare la continuità nel dialogo e l’elaborazione di azioni concrete con l’obiettivo di trasformare la zootecnia italiana in un sistema coeso, trasparente e capace di promuovere con i fatti e con la correttezza delle pratiche il proprio valore economico, sociale e culturale.

Last modified: 19 Luglio 2026