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Il Piano d’Azione europeo per le proteine: la nuova strategia UE

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Quando in Europa si parla di aumentare la produzione di proteine vegetali, l’attenzione si sposta naturalmente verso un maggiore consumo di legumi nei nostri piatti e a un ruolo ridotto per le proteine animali. Ma il Piano d’Azione per le Proteine, adottato dalla Commissione Europea il 7 luglio 2026, adotta un approccio più ampio: rafforzare la resilienza, l’autonomia strategica e la sostenibilità del sistema proteico europeo, riducendo al contempo la dipendenza dalle importazioni.

I dati – si legge in un articolo pubblicato su meatthefacts.eu – dimostrano perché l’alimentazione animale è parte integrante di questa strategia. L’UE produce circa 67 milioni di tonnellate di proteine vegetali a fronte di un utilizzo complessivo di circa 80 milioni di tonnellate per mangimi, alimentazione umana e scopi industriali. Il settore zootecnico impiega circa 74 milioni di tonnellate di proteine ogni anno. Al contrario, circa il 70% delle proteine grezze derivanti da cereali, semi oleosi e leguminose prodotte e consumate nell’UE è destinato ai mangimi. La questione, di conseguenza, non è solo quanta proteina vegetale l’Europa sia in grado di produrre, ma come questa possa circolare all’interno del sistema agroalimentare senza indebolire un settore chiave come l’allevamento.

Da UE ed extra-UE le proteine per l’alimentazione animale

Nel 2025 appena il 25,8% circa delle proteine provenienti da semi oleosi e colture proteiche impiegate per l’alimentazione animale è stato prodotto nell’UE. Il dato evidenzia una delle principali vulnerabilità dell’allevamento europeo: una quota significativa delle proteine necessarie per i mangimi dipende ancora da produzioni esterne all’UE. Il Piano d’Azione mira a innalzare questa quota al 35% entro il 2035.

La soia

La soia ne rappresenta l’esempio più evidente. Nel biennio 2024-2025 l’UE ha importato circa 13,4 milioni di tonnellate di proteine grezze sotto forma di soia e farina di soia provenienti principalmente da Brasile, Argentina e Stati Uniti. La produzione globale risulta inoltre fortemente concentrata: sei Paesi coprono circa il 90% della produzione mondiale. Per la zootecnia europea, pertanto, il problema non riguarda unicamente la quantità di proteine disponibili, ma anche la sicurezza e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

L’obiettivo non consiste nel sostituire la soia con un’unica coltura, bensì nell’ampliare la gamma delle risorse disponibili: piselli, fave, lupini, soia, erba medica e altre leguminose e semi oleosi possono contribuire, in misura variabile a seconda delle condizioni locali, alla base proteica dei mangimi. L’UE è già ampiamente autosufficiente per quanto riguarda i foraggi, mentre la dipendenza dalle importazioni si accentua per le materie prime ad alto contenuto proteico. Aumentare la produzione europea significa quindi offrire agli agricoltori maggiori opportunità di approvvigionamento da una filiera diversificata, riducendo l’esposizione agli shock dei mercati globali. Questo non significa arrivare a produrre tutto in Europa o ad azzerare le importazioni, bensì a evitare una dipendenza eccessiva da un numero ristretto di colture e Paesi per una componente essenziale delle forniture di mangimi.

Quando agricoltura e allevamento si incontrano

Il tema centrale non è solo cercare di produrre una maggiore quantità di proteine vegetali, ma  comprendere come utilizzarle all’interno dello stesso sistema agricolo. I semi oleosi ne costituiscono un esempio: dalla loro lavorazione si ricavano oli destinati all’alimentazione o ad altri usi e, al contempo, le farine ricche di proteine sono riutilizzabili in zootecnia. La stessa logica si applica a molti coprodotti dell’agricoltura e dell’industria alimentare che possono diventare ingredienti per i mangimi e lo stesso vale nei campi: le leguminose possono essere inserite nelle rotazioni colturali, contribuire alla fertilità del suolo e fornire proteine, mentre i prati e i pascoli possono alimentare i ruminanti. In questo contesto l’allevamento va ben oltre il semplice consumo di mangimi: i ruminanti sono in grado di convertire biomassa non direttamente digeribile o edibile per l’uomo, come l’erba e i foraggi fibrosi, in alimenti di alto valore nutrizionale quali latte e carne. L’allevamento è dunque in grado di valorizzare risorse che avrebbero altrimenti un valore alimentare molto più limitato.

È qui che la strategia proteica dell’UE assume una dimensione più ampia: rafforzare la produzione interna non significa semplicemente incrementare la quantità di una specifica coltura, ma costruire filiere capaci di valorizzare meglio le diverse componenti della produzione, connettendo in modo più efficace agricoltura, trasformazione e zootecnia. La questione non è quindi se le proteine debbano essere di origine vegetale o animale, ma come le diverse forme di produzione possano collaborare per impiegare al meglio le risorse disponibili e ridurre la dipendenza dagli approvvigionamenti esterni.

Last modified: 9 Ottobre 2026