Mais italiano come coltura strategica: una battaglia di filiera
di Miriam Cesta, Redazione
Il mais è la coltura che sorregge in silenzio gran parte dell’eccellenza agroalimentare italiana. È il cereale che nutre le stalle della Pianura Padana e che alimenta suini, bovini e avicoli destinati a diventare prodotti DOP conosciuti in tutto il mondo. Un emendamento è in discussione in Parlamento per riconoscere ufficialmente questa coltura tra le produzioni di interesse strategico nazionale.
Una coltura sotto pressione
Da anni il mais italiano sta attraversando una crisi senza precedenti. Se fino ai primi anni 2000 l’Italia era sostanzialmente autosufficiente, nelle ultime due decadi il settore ha subito un vero e proprio tracollo: le superfici coltivate si sono ridotte di circa il 60%. Questa contrazione non è solo un dato statistico, ma uno sbilanciamento importante nella nostra bilancia commerciale. Nel solo 2024 l’Italia ha dovuto importare ben 7,3 milioni di tonnellate di granella, con un esborso che ha superato 1,6 miliardi di euro; e il fabbisogno nazionale di mais si aggira intorno agli 11 milioni di tonnellate annue.
Le ragioni di questa progressiva disaffezione sono molteplici: costi di produzione crescenti, estati sempre più torride, problemi legati alle micotossine e un gap normativo con i competitor extraeuropei hanno spinto molti agricoltori ad abbandonare la coltura, scaricando il fabbisogno interno sull’import. Il 2025 ha segnato un’inversione: 541.000 ettari coltivati (+9,2%) e 5,5 milioni di tonnellate prodotte (+11,9%). Si tratta di segnali incoraggianti ma non certo sufficienti a colmare la dipendenza strutturale dall’estero, che espone la filiera alla volatilità dei mercati internazionali e alle dinamiche geopolitiche sempre più imprevedibili.
L’importanza del riconoscimento
L’emendamento in discussione non è un atto simbolico. Riconoscere il mais come coltura strategica comporta una serie di conseguenza concrete, tra le quali orientare le risorse della PAC, favorire l’aggregazione tra produttori per abbattere i costi unitari e creare le condizioni per una ricerca varietale dedicata (maggiore resistenza alla siccità e alle micotossine). Il riconoscimento garantisce inoltre che le nuove pressioni normative – come il divieto dell’urea nel bacino padano previsto dal 2028, che aggiungerà fino a 150 euro per ettaro ai costi di produzione – non penalizzino ulteriormente chi produce mais in Italia rispetto a chi lo importa da Paesi con standard ambientali meno stringenti. Avere una produzione di mais più forte equivale ad avere una zootecnia più forte.
In un panorama agroalimentare globale sempre più complesso la sovranità alimentare non è più uno slogan, bensì diventa una necessità strutturale. E il mais appunto rappresenta la spina dorsale della filiera agro-zootecnico-alimentare nazionale, un ecosistema economico che genera un valore complessivo di quasi 180 miliardi di euro.
Ridurre la dipendenza dall’estero e far crescere le imprese zootecniche grazie a una diretta fruibilità del mais permette di avere sotto controllo i costi di produzione e di promuovere una stagione di crescita in comparti vitali come quello bovino (carne e latte), suinicolo e avicolo.
Il vincolo delle produzioni DOP
Il deficit maidicolo non è solo una questione di volumi, ma riguarda la stessa identità delle produzioni di qualità. Il legame tra il mais e le eccellenze del Made in Italy è infatti sancito dalle normative comunitarie. Per molte filiere DOP – Denominazione di Origine Protetta i disciplinari di produzione impongono che almeno il 50% della sostanza secca destinata all’alimentazione animale provenga obbligatoriamente dal territorio di riferimento: la contrazione persistente della produzione nazionale di mais rischia di rendere tecnicamente impossibile il rispetto di questi parametri. Senza mais locale viene meno la conformità ai disciplinari di numerosi prodotti simbolo del patrimonio gastronomico italiano. In altre parole: senza il mais tricolore non possono esistere il latte, la carne e i formaggi certificati che sono il cuore della DOP Economy.
Verso un riconoscimento strategico
Per rispondere a questa situazione ormai non più prorogabile è all’esame della XIII Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati un emendamento al Disegno di Legge “Misure di consolidamento e sviluppo del settore agricolo” (A.C. 2670). La proposta mira a riconoscere formalmente la strategicità della coltura del mais quale materia prima essenziale e insostituibile. L’emendamento propone di: vincolare risorse, riservare una quota delle risorse del Fondo per la sovranità alimentare specificamente al rilancio del mais; modernizzare la produzione, sostenere investimenti tecnologici e agronomici per recuperare rese e superfici coltivate; rafforzare la resilienza, ridurre la dipendenza dalle importazioni e stabilizzare i costi per le imprese zootecniche.
Il rilancio della maidicoltura nazionale non va visto come una battaglia di categoria, ma come una manovra necessaria per la messa in sicurezza del “sistema Paese alimentare”. Supportare il mais significa proteggere la competitività dell’industria mangimistica, garantire la stabilità economica degli allevamenti e, soprattutto, tutelare la qualità delle eccellenze alimentari sulle tavole dei consumatori.
Last modified: 9 Maggio 2026





